L'innovazione "di sinistra" delle rinnovabili dev'essere guidata dalla politica, anche in Italia

Nonostante Trump, tecnologia e consenso tra i cittadini guidano la rivoluzione verde contro i cambiamenti climatici. Ma non possiamo lasciarla in mano al solo mercato

greenreport.it
Francesco Ferrante e Roberto Della Seta
2017-08-10

Ciò che sta succedendo negli Stati Uniti riguardo alle politiche di contrasto dei cambiamenti climatici ha molto di paradossale. Da una parte, questo è il terreno su cui Trump ha impresso l’inversione a U più spettacolare rispetto alla presidenza Obama, mantenendo così le promesse fatte ai suoi elettori e soprattutto ai suoi “grandi elettori” delle compagnie oil&gas che avevano deciso di sostenerlo in campagna elettorale: gli Usa sono usciti dagli Accordi di Parigi, sono state alzate le soglie di inquinamento atmosferico e idrico ammissibili per favorire l’industria del carbone, all’Epa (Environmental protection agency) è stato nominato un negazionista del "climate change" noto in passato per avere promosso svariate cause contro la medesima Agenzia. Ma questo iper-attivismo trumpiano ha determinato un cambiamento reale? Non pare proprio.

Molti Stati e molte città americane (tra cui New York e in genere le più popolose) se ne infischiano dell’ideologia del presidente Usa e vanno in direzione, per dirla con De André, ostinata e contraria. La California, per citare l’esempio più clamoroso, che da sola conta per circa un quinto dell’intero Pil "Made in Usa" e che se fosse uno Stato indipendente figurerebbe come sesta economia del Pianeta, sta approvando un piano che prevede al 2045 il 100% di energia da fonti rinnovabili. In generale l’economia reale americana più avanzata e dinamica, prime fra tutte le grandi aziende della new economy  –da Google ad Apple ad Amazon – marcia anch’essa a tappe forzate verso il 100% rinnovabili.

Nemmeno sul piano globale la svolta trumpista sembra aver prodotto effetti significativi. La Cina si propone sempre di più come nuovo “campione” della green energy investendo risorse enormi in energie rinnovabili, i grandi Paesi europei (compreso il Regno Unito della Brexit) confermano e rilanciano la piena adesione agli Accordi di Parigi. Intanto, quasi tutte le case automobilistiche fanno a gara per essere protagoniste nella rivoluzione elettrica dei trasporti: tra queste svetta la Volvo, che ha annunciato la prossima sospensione della produzione di motori a benzina e diesel (buona ultima, ancora ferma al palo, la Fca di Marchionne).

Quanto infine all'Italia, da noi il più grande operatore elettrico – l’Enel guidata da Starace – prevede di chiudere tutte le sue centrali termoelettriche convenzionali entro il 2035.

Insomma sembra che l’innovazione tecnologica (che rende sempre più conveniente il ricorso alle rinnovabili) e il consenso – che aumenta tra i cittadini sulla necessità di affrontare i cambiamenti climatici, i cui effetti estremi sul meteo sono sempre più evidenti e problematici – siano più forti delle ideologie trumpiste/negazioniste e dell’opposizione conservatrice delle lobby fossili.

Ma quindi la “politica” è inutile? Possiamo lasciare fare al mercato? La risposta è no, per due ragioni. La prima è che i Paesi che saranno più rapidi nel cavalcare questo mutamento economico e tecnologico, meglio saranno in grado di competere a livello globale.

L’Italia nella preistoria delle nuove rinnovabili, all’inizio degli anni '90, era leader tecnologica sia nel solare che nell’eolico. Poi politiche miopi ci fecero abbandonare precocemente quelle strade e al momento dell’esplosione (prevedibile e da più d'uno prevista) delle rinnovabili abbiamo dovuto importare pannelli cinesi e pale spagnole o scandinave. Sarebbe il caso di evitare un nuovo errore del genere. La seconda ragione è di ordine politico/sociale. Il ricorso alle rinnovabili, fonti energetiche diffuse e non concentrate, offre una straordinaria di “democratizzazione” di uno degli asset fondamentali di qualsiasi sistema economico: la produzione e la distribuzione di energia. Insomma, in questo campo l'innovazione tecnologica è "di sinistra".

Perché l'Italia sia nel gruppo di testa della corsa verso la nuova energia serve dunque la politica, servono visione e capacità di governo. Per questo hanno fatto benissimo Ermete Realacci e Guglielmo Epifani (presidenti delle commissioni Ambiente e Sviluppo economico della Camera) a chiedere formalmente al Governo che la Strategia energetica nazionale (sulla quale è in corso una consultazione pubblica sino al 31 agosto) si dia un orizzonte almeno sino al 2050, puntando alla decarbonizzazione, all’efficienza, alla semplificazione burocratica, e dando molta maggiore attenzione alla promozione delle forme di autoproduzione di energia da fonti rinnovabili che è una delle chiavi della rivoluzione energetica in atto. Vorrà il ministro Calenda rispondere positivamente a questa sollecitazione, che è la stessa che gli viene tra l’altro dal vasto fronte delle aziende del Coordinamento Free (Fonti rinnovabili ed efficienza energetica) oltre che dalle associazioni ambientaliste? Fino adesso è sembrato più sensibile alle ragioni antiche dell'economia più obsoleta ed energivora, incarnata dall'Eni, giungendo a sostenere proposte improbabili e fuori tempo come la metanizzazione della Sardegna. Vedremo in autunno.

 

 

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