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Efficienza e rinnovabili: il Cer spiega come l´Italia può centrare il 20-20-20

Puntare su efficienza energetica e rinnovabili non solo porrebbe il nostro paese in linea con gli obiettivi europei del pacchetto clima-energia, ma gioverebbe anche alla nostra economia.

Greenreport.it
Lucia Venturi
2009-07-08

I risultati di un rapporto realizzato dal Centro Europeo di ricerca (Cer), guidato da Giorgio Ruffolo, indicano che raggiungere gli obiettivi richiesti a livello europeo, sull’efficienza energetica e sulla quota di energie rinnovabili, significherebbe nel lungo periodo tradurre gli investimenti fatti in crescita economica.

«Le fonti energetiche rinnovabili sono importanti dal punto di vista economico, perché significa sviluppare tecnologia soprattutto se si punta a sviluppare la parte a monte anziché quella a valle, che dà anche maggiori impatti occupazionali - ci ha detto Alessandro Carrettoni, responsabile del rapporto - lavorare su una maggiore efficienza energetica aiuta particolarmente ad ottenere gli obiettivi ambientali».

I tre scenari considerati dal Cer su cui sono state condotte simulazioni di investimenti e ritorni economici, si riferiscono a tre ipotesi: il solo dispiegamento del potenziale delle fonti energetiche rinnovabili (Fer), così come previsto dal Position paper del governo del settembre 2007; il raggiungimento degli obiettivi fissati per l’Italia nel pacchetto clima-energia europeo (cioè un livello di emissioni pari a circa 481 Mton e sviluppo delle rinnovabili al 17% sui consumi finali di energia); il superamento degli obiettivi che ci spettano come quota paese sulla base del pacchetto 20-20-20, mirando ad una riduzione delle emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990 e al raggiungimento di una quota delle Fer pari al 20%.

Le simulazioni condotte sui tre scenari confermano che il solo sviluppo del potenziale Fer (prima ipotesi) non aiuterebbero l’Italia né a raggiungere la quota richiesta a livello europeo (15,6 anziché il 17%), né a rispettare le riduzioni di Co2 (555 anziché 481 Mton). In termini economici per aumentare da qui al 2020 la produzione di energia da fonti rinnovabili rispetto alla situazione attuale pari a un ulteriore 10,6 Mtoe (tep equivalenti) significherebbe un investimento pari a 74,7 mld di euro complessivi (6 mld di euro all’anno). Questo avrebbe un potenziale positivo sul pil dato che la spesa sarebbe pubblica, con un effetto non troppo gravoso sul disavanzo.

In questo caso peserebbe anche il fatto che la domanda di impianti da installare deriverebbe quasi totalmente da importazioni, dal momento che l’offerta nel nostro paese risulta al momento totalmente insoddisfacente, anche per il fatto che le misure pubbliche di sostegno si sono concentrate e continuano a farlo tutte sulla domanda e non sull’offerta.

Una situazione che secondo il Cer sarebbe assolutamente reversibile e puntare in questa direzione avrebbe ricadute positive che andrebbero ben oltre il “vantaggio derivante dal migliore sfruttamento di un vasto mercato potenziale”. Investire in ricerca e incentivi nella filiera nascente potrebbe avere infatti effetti positivi su tutti gli altri settori produttivi e darebbe un impulso occupazionale molto più spiccato che non quello prodotto dalla sola fase di installazione.

Nel secondo scenario si ipotizza di raggiungere gli obiettivi che ci derivano dal pacchetto clima energia europeo, che significa mantenere lo sforzo sulle rinnovabili e raggiungere al 2020 una riduzione del 16% delle emissioni rispetto ai livelli del 2005.

Per far questo servirebbe attuare un risparmio energetico pari a 18,3 Mtoe, con un costo stimato in 66 mld di euro complessivi, pari a 5 mld di euro all’anno. «Gli scenari economici non sarebbero tanto diversi dall’ipotesi precedente- ci spiega Carrettoni- sia in termini di Pil che di disavanzo, ma quello che cambia sono invece gli obiettivi ambientali. Con un investimento stimato in 114 miliardi di euro, ottengo il 17% delle rinnovabili realizzando lo stesso potenziale previsto dal Position paper del Governo, perché aumento l’efficienza energetica, quindi riesco a rispettare gli obiettivi del pacchetto 20-20-20 sia in termini di rinnovabili che di emissioni».

Nelle ipotesi fatte dal Cer il costo dello sviluppo delle Fer sarebbe a totale carico del settore pubblico, mentre il piano di efficienza energetico solo parzialmente, utilizzando i sussidi del 55%. E rispetto al primo scenario se al 2010 l’indebitamento sarebbe più alto, tenderebbe man mano ad annullarsi al 2020, indicando “una notevole capacità di autofinanziamento del progetto complessivo”.

«Dal punto di vista della finanza pubblica questo comporterebbe la necessità di trovare uno spazio non indifferente nel bilancio pubblico – dice Carrettoni - ma non sembra affatto insostenibile».
A cui si deve aggiungere il contributo dato dal minor esborso da parte del sistema paese per comprare i crediti di emissione sul mercato internazionale. Considerazioni che risultano ancora più valide nel terzo scenario, quello più virtuoso, che prevede di rispettare non solo gli obiettivi ma anche la filosofia del pacchetto 20-20-20.

In questo caso si suppone di ottenere gli obiettivi di 20% di rinnovabili, 20% di efficienza e 20% di risparmio energetico, mantenendo invariato il potenziale delle Fer e lavorando di più sull’efficienza energetica. Servirebbe naturalmente un maggior investimento da parte dello Stato verrebbe compensato da un incremento del pil (+7,5% durante la fase di accumulo degli investimenti e +2,7% a regime) e come effetti sul disavanzo pubblico un iniziale peggioramento per 5 decimi di Pil ma a partire dal 2025, un miglioramento che a regime risulta pari a 4 decimi di punto.

Uno scenario interessante, se dovesse essere lei a sceglierlo lo perseguirebbe?

«E’ uno scenario molto ambizioso - ha risposto Carrettoni- ma se l’Italia si muovesse su entrambe le leve, del potenziale delle Fer e sull’efficienza energetica sarebbe già un buon risultato. A noi serve in particolare lavorare sull’efficienza energetica e sullo sviluppo della filiera delle rinnovabili a monte, puntando su tecnologia e sugli aspetti qualitativi e potremo perseguire il secondo degli scenari».


Editoriale
CoSviG e Ugi al tavolo del Ministero dello Sviluppo economico per discutere del sistema incentivi per la produzione geotermoelettrica

Il Ministero dello Sviluppo economico ha convocato ieri a Roma CoSviG e Ugi in risposta alle richieste di incontro per discutere della proposta di decreto sugli incentivi alle rinnovabili elettriche (escluso il fotovoltaico).

La filiera geotermica si è mobilitata in queste settimane per cercare di evitare che una revisione del sistema d’incentivazione del settore potesse mettere a rischio il quadro favorevole che si è delineato, in poco più di due anni, dall’approvazione delle norme di riassetto dell’intero comparto.

Dopo la riunione delle aziende che operano e che hanno fatto richiesta di permessi di ricerca di risorse geotermiche in Toscana, organizzata da CoSviG e da cui era partita una lettera di richiesta di incontro con Regione e Ministero, tutta la filiera si è riunita a Roma mercoledì 31 gennaio su iniziativa dell’Unione Geotermica Italiana (UGI) per discutere come continuare ad agire.

Da quell’incontro è emersa una posizione comune riassunta in una nota di UGI che è stata portata all’incontro cui il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiamato CoSviG e UGI giovedì 2 febbraio.

“Riteniamo – si legge nella nota - che non possa essere vanificata la grande aspettativa di sviluppo nel settore geotermico che si basa sull’enorme disponibilità di risorse che tutto il mondo ci invidia e sulla valorizzazione di una filiera italiana da sempre all’avanguardia”.

“In poco più di due anni - sono state presentate in Italia, da circa una trentina di imprese italiane e straniere, più di 110 richieste per nuovi permessi di ricerca di risorse geotermiche per la produzione di energia elettrica. Una vera e propria esplosione di richieste che non ha precedenti nella storia italiana dello sfruttamento della geotermia a fini termoelettrici“.

Se queste iniziative avessero tutte esito positivo il conseguente potenziale produttivo “potrebbe andare molto al di là di quanto previsto nel Piano di Azione italiano per le fonti rinnovabili (PAN), già nell’arco di 10 anni“.

Il PAN stabilisce, infatti, che la risorsa geotermica nel settore elettrico debba aumentare la propria capacità di circa 170 MW, dal 2010 al 2020, per arrivare a una produzione annua di circa 1100 GWh. Obiettivi di sviluppo in termini di capacità installati possibili e anche superabili, anche senza le nuove istanze di permesso di ricerca ma, spiega la nota, “il conseguimento del potenziale legato alle nuove iniziative sarà però possibile solo in presenza di un quadro chiaro e definito di regole, sia dal punto di vista dei sistemi di incentivazione che dei regimi autorizzativi“.

Se poi si considera il contributo che potrà venire con i nuovi permessi di ricerca richiesti per cui è ipotizzabile che “potranno essere autorizzati per una superficie presunta prossima a 10.000 km2“, la stima che si legge nella nota è “che i fluidi geotermici reperibili possano essere sufficienti per l’installazione di alcune centinaia di MW di nuova potenza, incrementando ulteriormente le stime del PAN“.

Un potenziale delle risorse davvero eccezionale che ha stimolato un grande interesse del mercato che porta “prudenzialmente a stimare che nel settore geotermoelettrico potrebbero essere attivati investimenti per circa un miliardo di euro nell’arco del prossimo decennio“.

C’è poi da considerare che questo potrebbe produrre anche un grosso sviluppo economico del settore tecnologico, dato che “le richieste per i nuovi Permessi di ricerca fanno riferimento, in molti casi, alla possibilità di produzione geotermoelettrica da risorse di media temperatura, resa oggi economicamente conveniente dallo sviluppo tecnologico per mezzo di tecnologie a ciclo binario, in cui l’industria Italiana è ben presente“.

C’è però un pericolo che incombe.

“Questo scenario virtuoso sia per l’economia che per l’ambiente – spiegano i rappresentanti dell’interesse diffuso nell’ambito della filiera geotermica -rischia di sfumare se non verranno definite e condotte adeguate politiche di promozione della risorsa geotermica che consentano alle istituzioni (centrali, regionali e locali) di affrontare insieme alle imprese, le principali criticità“.

Queste criticità spiegano CoSviG e UGI sono costituite dalla definizione dei regimi d’incentivazione, della valutazione e riduzione del rischio minerario, della semplificazione e gestione delle procedure autorizzative, dell’accettabilità sociale degli impianti.

“La mancanza di strumenti specifici di sostegno alla riduzione del rischio minerario (che sarebbero indispensabili anche in Italia, ed esistenti invece in realtà come la Germania), porta a considerare il livello d’incentivazione atteso anche come strumento per sostenere gli oneri assicurativi legati al rischio minerario“.

La raccomandazione è poi rispetto alle scelte sui regimi d’incentivazione per la produzione geotermoelettrica che “devono tenere conto anche dei benefici per la gestione della rete elettrica legati a un regime di produzione costante e non intermittente, nonché del basso impatto ambientale e territoriale della geotermia rispetto ad altre fonti rinnovabili, soprattutto se si considera la re-immissione nel serbatoio dei fluidi incondensabili”.

Scelte che “qualora non accuratamente ponderate, potrebbero vanificare i lusinghieri risultati già raggiunti dal processo di rilancio del settore, tramite la sua completa liberalizzazione e con le moltissime iniziative degli operatori nel campo della ricerca della risorsa”.

“La riduzione degli incentivi – inoltre- porterebbe una contrazione degli investimenti anche nel rinnovo degli impianti esistenti con conseguenze occupazionali sull'indotto già esistente, con forti negatività sociali, nelle zone geotermiche tradizionali”.

Entrando nel merito del sistema degli incentivi CoSviG e Ugi sostengono che “è totalmente condivisibile l’impostazione della nuova normativa per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, tra i cui criteri generali vi è l’affermazione che: “l’incentivo ha lo scopo di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio” (art. 24 del Dlgs n. 28/2011) “.

Viene però sottolineato che le bozze del decreto ministeriale previsto da quella norma indicano “livelli d’incentivazione della produzione di energia da fonte geotermica molto inferiori rispetto a quelli attualmente assicurati dai Certificati Verdi e dalla Tariffa Omnicomprensiva, ma anche inadeguati rispetto alla necessità di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio alle tecnologie disponibili in questo settore”.

Se negli anni passati, si legge nella nota, “i settori fotovoltaico ed eolico si sono fortemente avvantaggiati e consolidati grazie agli incentivi esistenti, il settore geotermico si avvantaggia ora del mutato quadro di interesse e rinnovo normativo” e “nella fase di rilancio necessita del massimo supporto per lo sviluppo di tutta la filiera, la quale tecnologicamente è già presente ma non sviluppata in Italia”.

Le misure minime d’intervento, necessarie per un regime d’incentivazione adeguato al settore geotermoelettrico, sarebbero quindi le seguenti:

- gli incrementi d’incentivazione per gli impianti con totale re-iniezione del fluido ed emissioni nulle (non riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010) dovrebbero essere previsti sia per i nuovi impianti che per quelli esistenti;

- per le specificità legate alle tecnologie oggi disponibili, il valore della potenza di soglia previsto per il regime delle aste al ribasso, dovrebbe essere innalzato a 10 MW;

- gli incrementi d’incentivazione per il primo scaglione di capacità installata su nuove concessioni dovrebbero essere riferiti ai primi 20 MW realizzati;

- i valori per “i costi specifici di riferimento per gli interventi di rifacimento parziale e totale”, riportati da tutte le bozze di DM disponibili, presenti nella Tabella I dell’Allegato 2, sono considerati sottostimati;

- il livello minimo d’incentivazione necessario al sostegno del settore non può essere inferiore a quello assicurato dagli strumenti preesistenti, cui dovrebbe essere aggiunto un riconoscimento dovuto agli oneri per il rischio minerario e ai benefici per la gestione della rete elettrica e per l’impatto dell’indotto sull’economia italiana.

- l’opportuna introduzione di una tariffa specifica omnicomprensiva per gli impianti sperimentali fino a 5 MW (riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010).

Redazione - 2012-02-03

 
By Dr Wolf
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