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Quattro punti per l´economia ecologica della Toscana

Greenreport.it
Anna Rita Bramerini, Assessore Tutela Ambiente ed Energia Regione Toscana
2009-09-08

Un piano regionale per lo sviluppo sostenibile, infrastrutturazione telematica, governo dei flussi di energia e di materia. Ovvero, una nuova politica economica
di Anna Rita Bramerini

L’ideologia nuovista del post-industriale che ha caratterizzato il dibattito anche a sinistra negli ultimi 20 anni è rimasta ideologia e il dibattito sul consumo di territorio ne è un risultato diretto. Se vogliamo garantire il vivere bene in Toscana anche alle generazioni future non c’è altra strada che dare “senso e verso” alla ricerca indirizzandola alla sostenibilità e ciò è possibile solo con un manifatturiero strutturato e con istituzioni territoriali consolidate come le nostre.
Senza avere la pretesa dell’esaustività, voglio indicare almeno quattro punti sui quali, a mio parere, è possibile “svoltare”.
Il primo punto, da tempo maturo, attiene all’organizzazione di una macchina amministrativa strutturata al perseguimento dello sviluppo economico, da un lato e alla salvaguardia ambientale, dall’altro. L’esistenza dell’assessorato all’ambiente né è la prova tangibile.
Ma anche tutta la strumentazione pianificatoria risponde a questa logica oramai “datata”. Un Piano Regionale di Sviluppo, pure improntato alla sostenibilità, che sta sopra e un Piano Regionale di Azione Ambientale che sta sotto. Intendiamoci, già il fatto che uno non sta da una parte e uno dall’altra è stato ed è tutt’ora indice di innovazione assoluta nel panorama delle politiche programmatorie regionali. Ma questo non è più sufficiente. Si potrà praticare davvero una programmazione per lo sviluppo sostenibile quando emanciperemo le strutture amministrative dalla salvaguardia ambientale e le integreremo mettendole al servizio di un Piano Regionale per lo Sviluppo Sostenibile.
Il secondo punto attiene al rapporto fra economia della conoscenza e necessità/capacità di fare sistema in Toscana.
Nel bene e nel male l’economia della conoscenza è economia della velocità della conoscenza. E questa è un tutt’uno con la rete e la sua funzionalità e disponibilità.
La Toscana registra circa 420 mila imprese con una media di circa 3 addetti. Il 55% delle imprese manifatturiere è sotto 10 addetti. E di queste solo il 12 % adopera internet per l’e-learning e per relazionarsi in rete (e solo il 40% delle famiglie). L’Europa scommette su fibra ottica, banda larga e wireless. In Inghilterra il 60% della popolazione ha a disposizione queste infrastrutture. In Italia neanche il 20%. Fra le infrastrutture di cui ha più bisogno la Toscana è questa quella prioritaria per un colpo di reni in funzione di un suo deciso e definitivo orientamento verso la sostenibilità.
Il mercato non porterà mai queste infrastrutture in zone non remunerative. E se vogliamo investire davvero sulla sostenibilità del futuro della Toscana, banche, imprese, università e istituzioni sono i soggetti da mettere in rete in modo progressivo e continuativo per emanciparci da un localismo troppo spesso praticato come separatezza per affermare, invece, un localismo come componente di sistema. In questo sforzo occorre finalmente integrare anche la grande impresa, pubblica e privata. In questa direzione stiamo lavorando, sostenendo con risorse significative gli investimenti per l’infrastrutturazione telematica.
Il terzo punto attiene ad uno dei due motori del metabolismo economico: i flussi di energia.
I risultati del Pier già si vedono in modo sensibile, tuttavia non possiamo nasconderci che in Toscana il rapporto fra produzione e consumi è ancora sbilanciato su questi ultimi. Dunque il risparmio, l’efficienza e le rinnovabili devono essere il vero assillo non solo della Regione e delle istituzioni, ma anche dei cittadini e delle imprese. Partirà una campagna di comunicazione/informazione a questo proposito perché non possiamo permetterci asimmetrie comportamentali né possiamo su questo dividerci fra chi fa domande e chi deve rispondere. Su questo terreno, i flussi di energia, abbiamo (in tutti i sensi) i numeri e dunque possiamo agire con ancora maggior convinzione corale sapendo che non ci sarà transizione alcuna verso le rinnovabili, avendo escluso nucleare e carbone, senza un utilizzo del gas.
Il quarto e ultimo punto riguarda l’altro corno del metabolismo economico: i flussi di materia. Mentre per l’energia, come detto, siamo ben oltre la tematizzazione, sui flussi di materia non siamo, purtroppo, neanche a questo. Tanto che si scambiano questi ( i flussi di materia) con la loro “coda” ovvero, i rifiuti. E ciò inchioda la società Toscana in discussioni interminabili circoscritte ad una fase ultraminoritaria del problema imponendo una evidente e pericolosa asimmetria nell’allocazione delle risorse destinate sia alla prevenzione, che alla gestione, che ai controlli.
I numeri dell’Istat ci danno per la scala Paese queste proporzioni: circa 2 miliardi di tonnellate/anno di flussi di materia attraversano il metabolismo economico; di cui sono stimati ( o meglio sottostimati) 140 milioni di tonnellate/anno di rifiuti totali; di cui sono contabilizzati poco più di 30 milioni di rifiuti urbani. E’ noto che in Toscana la stima per i rifiuti totali è di circa 10 milioni di tonnellate/anno di cui circa 2,5 milioni sono i rifiuti urbani. Ma non sappiamo qual è il flusso di materia complessivo che attraversa la nostra regione e dunque non abbiamo termini di paragone per avviare programmi di riduzione seri che incidano davvero, oltre la testimonianza, sulla “coda della coda”.
Contabilizzare i flussi di materia in Toscana, con la stessa metodologia di Eurostat e di Istat, diventa dunque un imperativo per mettere mano con cognizione di causa al governo delle grandissime cifre (dai grandi impatti) dei flussi fisici per non esaurire tutti gli sforzi sulle piccole cifre (dai minori impatti). A questo stiamo lavorando con Irpet e con le agenzie ambientali. La prossima pianificazione non potrà che riguardare tutte e quattro le fasi alimentate dai flussi di materia: estrazione, trasformazione, distribuzione, consumi. Ovvero, la politica economica della Regione.

Editoriale
CoSviG e Ugi al tavolo del Ministero dello Sviluppo economico per discutere del sistema incentivi per la produzione geotermoelettrica

Il Ministero dello Sviluppo economico ha convocato ieri a Roma CoSviG e Ugi in risposta alle richieste di incontro per discutere della proposta di decreto sugli incentivi alle rinnovabili elettriche (escluso il fotovoltaico).

La filiera geotermica si è mobilitata in queste settimane per cercare di evitare che una revisione del sistema d’incentivazione del settore potesse mettere a rischio il quadro favorevole che si è delineato, in poco più di due anni, dall’approvazione delle norme di riassetto dell’intero comparto.

Dopo la riunione delle aziende che operano e che hanno fatto richiesta di permessi di ricerca di risorse geotermiche in Toscana, organizzata da CoSviG e da cui era partita una lettera di richiesta di incontro con Regione e Ministero, tutta la filiera si è riunita a Roma mercoledì 31 gennaio su iniziativa dell’Unione Geotermica Italiana (UGI) per discutere come continuare ad agire.

Da quell’incontro è emersa una posizione comune riassunta in una nota di UGI che è stata portata all’incontro cui il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiamato CoSviG e UGI giovedì 2 febbraio.

“Riteniamo – si legge nella nota - che non possa essere vanificata la grande aspettativa di sviluppo nel settore geotermico che si basa sull’enorme disponibilità di risorse che tutto il mondo ci invidia e sulla valorizzazione di una filiera italiana da sempre all’avanguardia”.

“In poco più di due anni - sono state presentate in Italia, da circa una trentina di imprese italiane e straniere, più di 110 richieste per nuovi permessi di ricerca di risorse geotermiche per la produzione di energia elettrica. Una vera e propria esplosione di richieste che non ha precedenti nella storia italiana dello sfruttamento della geotermia a fini termoelettrici“.

Se queste iniziative avessero tutte esito positivo il conseguente potenziale produttivo “potrebbe andare molto al di là di quanto previsto nel Piano di Azione italiano per le fonti rinnovabili (PAN), già nell’arco di 10 anni“.

Il PAN stabilisce, infatti, che la risorsa geotermica nel settore elettrico debba aumentare la propria capacità di circa 170 MW, dal 2010 al 2020, per arrivare a una produzione annua di circa 1100 GWh. Obiettivi di sviluppo in termini di capacità installati possibili e anche superabili, anche senza le nuove istanze di permesso di ricerca ma, spiega la nota, “il conseguimento del potenziale legato alle nuove iniziative sarà però possibile solo in presenza di un quadro chiaro e definito di regole, sia dal punto di vista dei sistemi di incentivazione che dei regimi autorizzativi“.

Se poi si considera il contributo che potrà venire con i nuovi permessi di ricerca richiesti per cui è ipotizzabile che “potranno essere autorizzati per una superficie presunta prossima a 10.000 km2“, la stima che si legge nella nota è “che i fluidi geotermici reperibili possano essere sufficienti per l’installazione di alcune centinaia di MW di nuova potenza, incrementando ulteriormente le stime del PAN“.

Un potenziale delle risorse davvero eccezionale che ha stimolato un grande interesse del mercato che porta “prudenzialmente a stimare che nel settore geotermoelettrico potrebbero essere attivati investimenti per circa un miliardo di euro nell’arco del prossimo decennio“.

C’è poi da considerare che questo potrebbe produrre anche un grosso sviluppo economico del settore tecnologico, dato che “le richieste per i nuovi Permessi di ricerca fanno riferimento, in molti casi, alla possibilità di produzione geotermoelettrica da risorse di media temperatura, resa oggi economicamente conveniente dallo sviluppo tecnologico per mezzo di tecnologie a ciclo binario, in cui l’industria Italiana è ben presente“.

C’è però un pericolo che incombe.

“Questo scenario virtuoso sia per l’economia che per l’ambiente – spiegano i rappresentanti dell’interesse diffuso nell’ambito della filiera geotermica -rischia di sfumare se non verranno definite e condotte adeguate politiche di promozione della risorsa geotermica che consentano alle istituzioni (centrali, regionali e locali) di affrontare insieme alle imprese, le principali criticità“.

Queste criticità spiegano CoSviG e UGI sono costituite dalla definizione dei regimi d’incentivazione, della valutazione e riduzione del rischio minerario, della semplificazione e gestione delle procedure autorizzative, dell’accettabilità sociale degli impianti.

“La mancanza di strumenti specifici di sostegno alla riduzione del rischio minerario (che sarebbero indispensabili anche in Italia, ed esistenti invece in realtà come la Germania), porta a considerare il livello d’incentivazione atteso anche come strumento per sostenere gli oneri assicurativi legati al rischio minerario“.

La raccomandazione è poi rispetto alle scelte sui regimi d’incentivazione per la produzione geotermoelettrica che “devono tenere conto anche dei benefici per la gestione della rete elettrica legati a un regime di produzione costante e non intermittente, nonché del basso impatto ambientale e territoriale della geotermia rispetto ad altre fonti rinnovabili, soprattutto se si considera la re-immissione nel serbatoio dei fluidi incondensabili”.

Scelte che “qualora non accuratamente ponderate, potrebbero vanificare i lusinghieri risultati già raggiunti dal processo di rilancio del settore, tramite la sua completa liberalizzazione e con le moltissime iniziative degli operatori nel campo della ricerca della risorsa”.

“La riduzione degli incentivi – inoltre- porterebbe una contrazione degli investimenti anche nel rinnovo degli impianti esistenti con conseguenze occupazionali sull'indotto già esistente, con forti negatività sociali, nelle zone geotermiche tradizionali”.

Entrando nel merito del sistema degli incentivi CoSviG e Ugi sostengono che “è totalmente condivisibile l’impostazione della nuova normativa per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, tra i cui criteri generali vi è l’affermazione che: “l’incentivo ha lo scopo di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio” (art. 24 del Dlgs n. 28/2011) “.

Viene però sottolineato che le bozze del decreto ministeriale previsto da quella norma indicano “livelli d’incentivazione della produzione di energia da fonte geotermica molto inferiori rispetto a quelli attualmente assicurati dai Certificati Verdi e dalla Tariffa Omnicomprensiva, ma anche inadeguati rispetto alla necessità di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio alle tecnologie disponibili in questo settore”.

Se negli anni passati, si legge nella nota, “i settori fotovoltaico ed eolico si sono fortemente avvantaggiati e consolidati grazie agli incentivi esistenti, il settore geotermico si avvantaggia ora del mutato quadro di interesse e rinnovo normativo” e “nella fase di rilancio necessita del massimo supporto per lo sviluppo di tutta la filiera, la quale tecnologicamente è già presente ma non sviluppata in Italia”.

Le misure minime d’intervento, necessarie per un regime d’incentivazione adeguato al settore geotermoelettrico, sarebbero quindi le seguenti:

- gli incrementi d’incentivazione per gli impianti con totale re-iniezione del fluido ed emissioni nulle (non riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010) dovrebbero essere previsti sia per i nuovi impianti che per quelli esistenti;

- per le specificità legate alle tecnologie oggi disponibili, il valore della potenza di soglia previsto per il regime delle aste al ribasso, dovrebbe essere innalzato a 10 MW;

- gli incrementi d’incentivazione per il primo scaglione di capacità installata su nuove concessioni dovrebbero essere riferiti ai primi 20 MW realizzati;

- i valori per “i costi specifici di riferimento per gli interventi di rifacimento parziale e totale”, riportati da tutte le bozze di DM disponibili, presenti nella Tabella I dell’Allegato 2, sono considerati sottostimati;

- il livello minimo d’incentivazione necessario al sostegno del settore non può essere inferiore a quello assicurato dagli strumenti preesistenti, cui dovrebbe essere aggiunto un riconoscimento dovuto agli oneri per il rischio minerario e ai benefici per la gestione della rete elettrica e per l’impatto dell’indotto sull’economia italiana.

- l’opportuna introduzione di una tariffa specifica omnicomprensiva per gli impianti sperimentali fino a 5 MW (riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010).

Redazione - 2012-02-03

 
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