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Energia geotermica all’Amiata: dubbi, ipotesi e realtà

di Marino Martini, Professore di Geochimica e Vulcanologia all'Università di Firenze

Greenreport.it
Marino Martini, Università di Firenze
2009-02-26

di Marino Martini, Professore di Geochimica e Vulcanologia all'Università di Firenze

L’energia geotermica è una risorsa potenzialmente rinnovabile e significativamente a buon mercato, che sfrutta una concentrazione naturale di calore all’interno della crosta terrestre che prende il nome di campo geotermico.
Tale calore è estraibile mediante circolazione naturale o artificiale di fluidi e può essere utilizzato trasformandolo in energia meccanica o elettrica.
Un carattere particolare dei sistemi geotermici è lo stato dinamico, a differenza dei combustibili fossili (petrolio, gas) i cui accumuli sono ben delimitati ed esauribili nel tempo; un sistema geotermico viene invece ricaricato dall’ingresso di nuovi fluidi ed è quindi teoricamente inesauribile.
I fluidi a temperature più basse (50-90 °C) possono essere usati per riscaldamento, refrigerazione, irrigazione, impianti di serre; in Islanda, per esempio, buona parte della popolazione viene riscaldata mediante impianti geotermici.
I fluidi a temperature più elevate (90-380 °C) vengono utilizzati per produrre energia elettrica. La maggior parte dei campi geotermici utilizzabili per la produzione elettrica sono serbatoi di acqua ad alta termalità mantenuta liquida per effetto della pressione e della salinità.
Un sistema geotermico tipo quello descritto richiede tre condizioni naturali necessarie:
1) Anomalia termica localizzata, come fonte di calore.
2) Permeabilità delle rocce sufficiente a permettere l’infiltrazione di acqua fino a profondità di diversi chilometri.
3) Copertura impermeabile.
Se queste condizioni naturali non risultano sostanzialmente soddisfatte, non può esistere un campo geotermico che permetta lo sfruttamento energetico.
Nel caso ideale, la fonte di calore è ubicata in zone di vulcanismo attivo o geologicamente recente, rocce fratturate permettono l’infiltrazione di acque da un bacino di alimentazione sufficientemente esteso, la copertura è data da rocce caratterizzate da sostanziale impermeabilità.
Ovviamente, un campo geotermico è tanto più favorevole per lo sfruttamento quanto più si avvicina alle condizioni ideali.
Utilizzando una immagine che appartiene a comuni esperienze quotidiane, un sistema geotermico è raffigurabile come una pentola a pressione, che necessita una fiamma al di sotto, una fase liquida al suo interno, un coperchio ermetico al di sopra; in questo modo la temperatura all’interno può crescere ben oltre il punto di ebollizione dell’acqua a pressione atmosferica, e si possono realizzare processi di cottura impossibili con le pentole comuni.
Se apriamo la valvola, l’acqua contenuta viene emessa in forma di vapore; questa operazione riproduce in piccolo le perforazioni che raggiungono i fluidi profondi sotto pressione producendo emissione di vapore che alimenta le centrali geotermiche. Se spengiamo la fiamma, o la quantità di acqua diventa insufficiente o si annulla completamente, o se il coperchio della pentola non è a tenuta ermetica, niente di tutto ciò può avvenire, sia nell’ambito ristretto di una cucina, che laddove si tenti lo sfruttamento geotermico.
Concentrando l’attenzione sulla zona amiatina, lo sfruttamento inizia tra gli anni 1959 e 1961 nei campi di Bagnore e Piancastagnaio, ed il primo studio generale delle caratteristiche geologiche e ideologiche che rendono possibile la presenza di tali campi geotermici è contenuto in Calamai et al. (1970) “Geology, Geophysics and Hydrogeology of the Monte Amiata Geothermal Field”. Successivamente i contributi scientifici dedicati alla stessa problematica sono abbastanza marginali finchè, su commissione della Regione Toscana, Manzella (2006) e Delcroix et al. (2006) hanno eseguito studi focalizzati sull’assetto geostrutturale dell’apparato vulcanico del Monte Amiata e sulla relazione fra acquiferi superficiali (idropotabili) ed acquiferi profondi (geotermici).
In particolare, nelle conclusioni di Delcroix et al. sono espresse valutazioni esplicite di non poco rilievo:
L’instabilità dell’apparato vulcanico “ha profondamente fratturato e fagliato l’edificio ed il suo substrato, incluse le formazioni evaporitiche che ospitano il campo geotermico superficiale, portando le vulcaniti stesse in diretto contatto con le rocce evaporitiche. Questi contatti . . . . formano una naturale connessione tra acquifero superficiale e campo geotermico . . . . Una serie di depressioni della falda implicano un abbassamento rispetto a prima dello sfruttamento dell’energia geotermica Tale abbassamento registra la ricarica del campo geotermico da parte dell’acquifero superficiale ed è talmente spinto da costituire una situazione di rischio effettivo di inquinamento della falda acquifera idropotabile superficiale”.
Queste affermazioni sono state successivamente valutate da una commissione dell’Università di Siena, Gaggi et al. (2008), esprimendo come conclusione “che sulla base dei dati a disposizione le condizioni idrodinamiche generali dell’acquifero ….. non sono significativamente mutate negli ultimi 14 anni, se non in relazione alle diverse condizioni di naturale alimentazione meteorica”.
Da questo insieme di contributi allo studio di un problema di per sé assai articolato risulta evidente come non sia facile raggiungere una valutazione condivisa, soprattutto se viene dato largo spazio ad ipotesi e a modelli che, pur formalmente compatibili, richiedono in fase di elaborazione scelte aleatorie da parte degli operatori. Si rischia in tal modo di mettere in ombra i più evidenti dati di fatto che non sono discutibili e di allontanarci progressivamente da una valutazione lineare della situazione.
Nel prevalente interesse della comunità amiatina, quindi, sembra raccomandabile cercare la soluzione su di una base più semplice, che non richieda ipotesi speciali, modelli sofisticati ed interpretazioni che possono anche risultare estremamente azzardate.
Considerando infatti che, se il fenomeno di sprofondamento del sistema lavico dell’Amiata al di sotto della formazione impermeabile fosse avvenuto, e l’acquifero superficiale avesse potuto raggiungere quello geotermico, dovremmo concludere che sarebbe venuta a mancare la condizione di sovrapressione che è necessaria per l’esistenza di qualsiasi sistema geotermico.
La chiara evidenza che invece l’estrazione di vapore è continuata indicando che la sovrapressione in profondità si è mantenuta, e con essa la realtà geotermica amiatina, sembra negare ogni sostanziale alterazione della copertura e quindi toglie qualsiasi verosimiglianza ai rischi paventati. Ritornando poi all’esempio casalingo fatto in precedenza, se la pentola a pressione funziona significa anche che il coperchio è chiuso ermeticamente.
Non è inutile ribadire che questa conclusione, a proposito di quello che è divenuto un problema assai spinoso, non rappresenta una ipotesi, né tanto meno un modello, ma solo la presa d’atto che nell’area amiatina sono tuttora operanti processi naturali in corso da non pochi millenni e che, se gestiti in maniera corretta, sono destinati a durare ancora a lungo.

Editoriale
CoSviG e Ugi al tavolo del Ministero dello Sviluppo economico per discutere del sistema incentivi per la produzione geotermoelettrica

Il Ministero dello Sviluppo economico ha convocato ieri a Roma CoSviG e Ugi in risposta alle richieste di incontro per discutere della proposta di decreto sugli incentivi alle rinnovabili elettriche (escluso il fotovoltaico).

La filiera geotermica si è mobilitata in queste settimane per cercare di evitare che una revisione del sistema d’incentivazione del settore potesse mettere a rischio il quadro favorevole che si è delineato, in poco più di due anni, dall’approvazione delle norme di riassetto dell’intero comparto.

Dopo la riunione delle aziende che operano e che hanno fatto richiesta di permessi di ricerca di risorse geotermiche in Toscana, organizzata da CoSviG e da cui era partita una lettera di richiesta di incontro con Regione e Ministero, tutta la filiera si è riunita a Roma mercoledì 31 gennaio su iniziativa dell’Unione Geotermica Italiana (UGI) per discutere come continuare ad agire.

Da quell’incontro è emersa una posizione comune riassunta in una nota di UGI che è stata portata all’incontro cui il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiamato CoSviG e UGI giovedì 2 febbraio.

“Riteniamo – si legge nella nota - che non possa essere vanificata la grande aspettativa di sviluppo nel settore geotermico che si basa sull’enorme disponibilità di risorse che tutto il mondo ci invidia e sulla valorizzazione di una filiera italiana da sempre all’avanguardia”.

“In poco più di due anni - sono state presentate in Italia, da circa una trentina di imprese italiane e straniere, più di 110 richieste per nuovi permessi di ricerca di risorse geotermiche per la produzione di energia elettrica. Una vera e propria esplosione di richieste che non ha precedenti nella storia italiana dello sfruttamento della geotermia a fini termoelettrici“.

Se queste iniziative avessero tutte esito positivo il conseguente potenziale produttivo “potrebbe andare molto al di là di quanto previsto nel Piano di Azione italiano per le fonti rinnovabili (PAN), già nell’arco di 10 anni“.

Il PAN stabilisce, infatti, che la risorsa geotermica nel settore elettrico debba aumentare la propria capacità di circa 170 MW, dal 2010 al 2020, per arrivare a una produzione annua di circa 1100 GWh. Obiettivi di sviluppo in termini di capacità installati possibili e anche superabili, anche senza le nuove istanze di permesso di ricerca ma, spiega la nota, “il conseguimento del potenziale legato alle nuove iniziative sarà però possibile solo in presenza di un quadro chiaro e definito di regole, sia dal punto di vista dei sistemi di incentivazione che dei regimi autorizzativi“.

Se poi si considera il contributo che potrà venire con i nuovi permessi di ricerca richiesti per cui è ipotizzabile che “potranno essere autorizzati per una superficie presunta prossima a 10.000 km2“, la stima che si legge nella nota è “che i fluidi geotermici reperibili possano essere sufficienti per l’installazione di alcune centinaia di MW di nuova potenza, incrementando ulteriormente le stime del PAN“.

Un potenziale delle risorse davvero eccezionale che ha stimolato un grande interesse del mercato che porta “prudenzialmente a stimare che nel settore geotermoelettrico potrebbero essere attivati investimenti per circa un miliardo di euro nell’arco del prossimo decennio“.

C’è poi da considerare che questo potrebbe produrre anche un grosso sviluppo economico del settore tecnologico, dato che “le richieste per i nuovi Permessi di ricerca fanno riferimento, in molti casi, alla possibilità di produzione geotermoelettrica da risorse di media temperatura, resa oggi economicamente conveniente dallo sviluppo tecnologico per mezzo di tecnologie a ciclo binario, in cui l’industria Italiana è ben presente“.

C’è però un pericolo che incombe.

“Questo scenario virtuoso sia per l’economia che per l’ambiente – spiegano i rappresentanti dell’interesse diffuso nell’ambito della filiera geotermica -rischia di sfumare se non verranno definite e condotte adeguate politiche di promozione della risorsa geotermica che consentano alle istituzioni (centrali, regionali e locali) di affrontare insieme alle imprese, le principali criticità“.

Queste criticità spiegano CoSviG e UGI sono costituite dalla definizione dei regimi d’incentivazione, della valutazione e riduzione del rischio minerario, della semplificazione e gestione delle procedure autorizzative, dell’accettabilità sociale degli impianti.

“La mancanza di strumenti specifici di sostegno alla riduzione del rischio minerario (che sarebbero indispensabili anche in Italia, ed esistenti invece in realtà come la Germania), porta a considerare il livello d’incentivazione atteso anche come strumento per sostenere gli oneri assicurativi legati al rischio minerario“.

La raccomandazione è poi rispetto alle scelte sui regimi d’incentivazione per la produzione geotermoelettrica che “devono tenere conto anche dei benefici per la gestione della rete elettrica legati a un regime di produzione costante e non intermittente, nonché del basso impatto ambientale e territoriale della geotermia rispetto ad altre fonti rinnovabili, soprattutto se si considera la re-immissione nel serbatoio dei fluidi incondensabili”.

Scelte che “qualora non accuratamente ponderate, potrebbero vanificare i lusinghieri risultati già raggiunti dal processo di rilancio del settore, tramite la sua completa liberalizzazione e con le moltissime iniziative degli operatori nel campo della ricerca della risorsa”.

“La riduzione degli incentivi – inoltre- porterebbe una contrazione degli investimenti anche nel rinnovo degli impianti esistenti con conseguenze occupazionali sull'indotto già esistente, con forti negatività sociali, nelle zone geotermiche tradizionali”.

Entrando nel merito del sistema degli incentivi CoSviG e Ugi sostengono che “è totalmente condivisibile l’impostazione della nuova normativa per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, tra i cui criteri generali vi è l’affermazione che: “l’incentivo ha lo scopo di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio” (art. 24 del Dlgs n. 28/2011) “.

Viene però sottolineato che le bozze del decreto ministeriale previsto da quella norma indicano “livelli d’incentivazione della produzione di energia da fonte geotermica molto inferiori rispetto a quelli attualmente assicurati dai Certificati Verdi e dalla Tariffa Omnicomprensiva, ma anche inadeguati rispetto alla necessità di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio alle tecnologie disponibili in questo settore”.

Se negli anni passati, si legge nella nota, “i settori fotovoltaico ed eolico si sono fortemente avvantaggiati e consolidati grazie agli incentivi esistenti, il settore geotermico si avvantaggia ora del mutato quadro di interesse e rinnovo normativo” e “nella fase di rilancio necessita del massimo supporto per lo sviluppo di tutta la filiera, la quale tecnologicamente è già presente ma non sviluppata in Italia”.

Le misure minime d’intervento, necessarie per un regime d’incentivazione adeguato al settore geotermoelettrico, sarebbero quindi le seguenti:

- gli incrementi d’incentivazione per gli impianti con totale re-iniezione del fluido ed emissioni nulle (non riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010) dovrebbero essere previsti sia per i nuovi impianti che per quelli esistenti;

- per le specificità legate alle tecnologie oggi disponibili, il valore della potenza di soglia previsto per il regime delle aste al ribasso, dovrebbe essere innalzato a 10 MW;

- gli incrementi d’incentivazione per il primo scaglione di capacità installata su nuove concessioni dovrebbero essere riferiti ai primi 20 MW realizzati;

- i valori per “i costi specifici di riferimento per gli interventi di rifacimento parziale e totale”, riportati da tutte le bozze di DM disponibili, presenti nella Tabella I dell’Allegato 2, sono considerati sottostimati;

- il livello minimo d’incentivazione necessario al sostegno del settore non può essere inferiore a quello assicurato dagli strumenti preesistenti, cui dovrebbe essere aggiunto un riconoscimento dovuto agli oneri per il rischio minerario e ai benefici per la gestione della rete elettrica e per l’impatto dell’indotto sull’economia italiana.

- l’opportuna introduzione di una tariffa specifica omnicomprensiva per gli impianti sperimentali fino a 5 MW (riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010).

Redazione - 2012-02-03

 
By Dr Wolf
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