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Acqua nei vulcani attivi per generare risorse geotermiche

Acqua nei vulcani attivi per generare risorse geotermiche

La mappa del Newberry National Volcanic Monument

Chi non ha sorgenti geotermiche naturali attiva ricerche per procurarsele

GeotermiaNews
Redazione
2012-02-03

Accade negli Stati Uniti, che non sono nemmeno poveri di risorse geotermiche naturali ma poiché non sono diffuse ovunque, laddove non ci sono, si cercano le soluzioni per sfruttare il calore dei vulcani da trasformare in geotermia.

E’ quanto stanno studiando in Oregon, dove il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti, affiancato da investitori privati fra cui anche Google con 6,3 milioni di dollari, ha investito finora 21,5 milioni di dollari in un progetto per utilizzare la forza e il calore dei vulcani.

Si tratta di un progetto pilota che dovrebbe partire nei prossimi mesi (si parla dell’estate) in un vulcano attivo dell’Oregon, il Newberry, dove si pensa di pompare una quantità enorme di acqua lungo le pendici incandescenti del cratere per generare vapore e calore ad alta pressione da trasformare in energia elettrica.

Il progetto prevede di fratturare il vulcano in vari punti così da creare crateri tramite i quali pompare acqua in profondità.

Dentro il cratere del vulcano si verrebbero così a formare una vastissima rete di crepe entro cui l’acqua stessa potrà scaldarsi.

Il rischio di innescare terremoti sarebbe molto basso, almeno a quanto sostengono i promotori del progetto, che ritengono che la caldera del vulcano si adagi su un corpo magmatico tra i due e i cinque chilometri di profondità.

Resta il fatto che, già adesso, il vulcano viene definito geologicamente e simicamente attivo nel sito del parco naturale di cui fa parte.

Il Newberry National Volcanic Monument è, infatti, un parco creato nel novembre del 1990, entro i confini della Deschutes National Forest. Il Newberry National Volcanic Monument comprende 50.000 ettari di laghi, colate di lava e spettacolari manifestazioni geologiche.

Il punto più alto all'interno dell'area è il Paulina Peak a 7985 metri, che si affaccia sul Cascades Oregon e su tutta la High Desert.

«Sappiamo che il calore è lì- ha detto Susan Petty, presidente dell’AltaRock Energy, che è una delle aziende coinvolte nel progetto. - Il grande problema è capire se può circolare abbastanza acqua attraverso il sistema per renderlo economico».
L’AltaRock Energy, ha anche prodotto un video presente sul sito aziendale che spiega in cosa consiste il progetto che è una rivisitazione della tecnica EGS (Enhanced geothermal systems) utilizzata per ricavare energia geotermica dai "punti caldi" della crosta terrestre attraverso la fratturazione delle rocce.

«Produrre energia geotermica in grande stile, al di là di dove è, richiede una nuova tecnologia, ed è qui che entra in campo l’EGS» ha dichiarato Steve Hickman, un geofisico del gruppo di ricerca dell'US Geological Survey di Menlo Park, California.

La tecnica che si vuole sperimentare è il processo noto come hydroshearing, simile al processo di fratturazione idraulica, utilizzata per liberare il gas naturale da formazioni di scisto.

In questo caso verrebbero create piccole fratture in profondità, pompando acqua fredda in pozzi creati nella roccia e, il vapore che si viene a generare sarebbe poi estratto per produrre energia elettrica.

L’intero processo è spiegato nel video che illustra il progetto in cui i responsabili partono dalla necessità di sviluppare la tecnologia per sfruttare l’energia geotermica anche laddove questa non sia disponibile naturalmente.

In pratica nel cratere del vulcano Newberry, attualmente inattivo ma non spento, è già stato trivellato un pozzo profondo circa 3.700 metri.

All’interno di questo pozzo, prevedibilmente la prossima estate, verranno pompati 90.000 metri cubi d’acqua che apriranno spaccature e crepe nel sottosuolo.

Per tre volte all’acqua verrà aggiunta una sorta di materiale plastico biodegradabile, così da permettere che le fratture già aperte si sigillino temporaneamente e se ne producano di nuove.

L’idea è quella di creare una specie di ragnatela tridimensionale sotterranea piena d’acqua che si estenderà per circa un chilometro e fra i 1800 e i 3.300 metri di profondità.

A questo punto verranno trivellati altri due pozzi, più o meno paralleli al primo, dai quali l’acqua riscaldata uscirà sotto forma di vapore.

Il vapore così ottenuto verrebbe sfruttato per azionare una turbina e produrre, quindi, energia elettrica: passaggio ancora molto ipotetico dato che si tratta al momento di un “progetto dimostrativo” che verrà a costare la “modica cifra” di 43 milioni di dollari.

Oltre al timore che la rottura delle rocce in profondità nel sottosuolo, attraverso l'hydroshearing, possa indurre la formazione di terremoti, c’è poi anche un altro problema che accompagna questa tecnologia, che consiste nel fatto che è difficile creare un serbatoio abbastanza grande per eseguire un impianto di potenza commerciale.

I progressi – almeno sino ad ora - sono stati lenti e come nel caso del progetto avviato a Basilea è stato necessario fermarlo proprio perché il rischio terremoto era, più che evidente, conclamato.

Editoriale
La nuova finanziaria regionale e la programmazione delle FER: il ruolo di CoSviG

DispenserTv, in onda ogni sabato alle ore 13 su TVR Teleitalia-7Gold, canale 77 digitale terrestre, torna il 31 marzo con una puntata dedicata al seminario di CoSviG per i soci del Consorzio, che si è tenuto il 24 febbraio al Teatro de Larderel di Pomarance su: Finanziaria regionale e nuova programmazione delle Fer. GeotermiaNews ha incontrato il direttore di CoSviG, Sergio Chiacchella

Quale è il futuro e quale il ruolo di CoSviG nell’ambito della programmazione regionale?

Come ha ricordato Edo Bernini (coordinatore dell'area Ambiente, Energia e Cambiamenti Climatici della Regione Toscana. Ndr) nel suo intervento, le condizioni attuali sono incoraggianti e rappresentano uno stimolo per il ruolo che il nostro Consorzio potrà avere nei prossimi anni. 

E quale è questo ruolo?

«Oggi CoSviG rappresenta tutta l’area geotermica toscana e riveste un ruolo che si estrinseca nella promozione di iniziative di sviluppo sostenibile a partire dalla valorizzazione delle risorse endogene dei territori. Questo significa far crescere i territori nell’ottica di uno sviluppo sostenibile; ruolo e che ci ha portato a siglare l’Accordo di programma “Distretto delle Energie Rinnovabili” nel 2006, a finanziare centri di ricerca e sviluppo e ad incentivare la produzione da fonti energetiche rinnovabili, a sostenere iniziative di riqualificazione territoriale. Quindi una scommessa vinta».

Proprio sui centri di ricerca ci sono grosse novità, vero?

Indubbiamente. I due centri originari CITT e CEGL dopo un periodo autonomo in cui hanno maturato esperienze indipendenti ognuno nel proprio settore di competenza, sono confluiti all'interno di un'unica struttura, EnerGea, che sarà, anzi è, uno strumento a servizio della Regione Toscana e dei territori, sopratutto per quanto riguarda la valorizzazione delle energie rinnovabili e delle peculiarità di area. Ma non solo. Abbiamo vinto un bando regionale che ci ha fatto divenire capofila del Polo PIERRE (Polo Innovazione per le Energie Rinnovabili), un progetto che trova la sua conferma nell'attuale politica regionale che noi, in un certo senso, abbiamo anticipato. Da questo punto di vista riteniamo che l'incremento della competitività delle imprese toscane possa e debba passare anche da strutture di questo genere. Ma non siamo evidentemente i soli a credere in questo progetto se siamo riusciti a catalizzare l'attenzione di oltre 210 imprese che hanno richiesto di aderire, tutte le Università toscane e tutti i più qualificati centri di servizio.

L’obiettivo è offrire un contributo per diminuire la fragilità del sistema e incidere positivamente sia sulla crescita di competitività che sull'innovazione.

E poi c'è il Distretto Tecnologico sulle Fonti Energetiche Rinnovabili...

«La Regione Toscana ha completato il percorso sui distretti e ha promosso il distretto tecnologico sulle Fer di cui oggi costituiamo la segreteria operativa e in cui abbiamo utilizzato l’esperienza del polo come startup per il distretto portando in dote già 200 aziende. Il polo è destinato a confluire nel distretto e a stare all’interno di un progetto più ambizioso. Noi continueremo a partecipare ai bandi che ci saranno ma soprattutto crediamo di aver creato una rete tra il mondo della ricerca e dell'innovazione e le imprese».

Ritorniamo adesso alla geotermia. Quali novità ci sono?

«Il Dlg 22/2010 ha liberalizzato il settore e noi ci siamo ritagliati un ruolo per rendere quanto più compatibile sul territorio la geotermia attraverso una forte spinta verso la massima ambientalizzazione dell'attività esistente e per la creazione di una 'filiera geotermica toscana».

La valorizzazione delle medie e basse entalpie è la parte che ci ha visto più impegnati: nel panorama dei permessi di ricerca operiamo nelle tre province di riferimento (Grosseto, Pisa, Siena) con due istanze di ricerca per impianti pilota a Montecatini Val di Cecina e Radicondoli e una piccola utilizzazione di interesse locale (basata sul ciclo binario) a Monterotondo Marittimo».

«Questi progetti possono essere elemento di crescita e valorizzazione del territorio e possono essere elemento replicabile di un settore della geotermia poco sfruttato e che impiega acqua a 100-120 gradi».

Quindi geotermia “pulita”, ad impatto zero?

«Non esistono pasti gratis: anche il ciclo binario non è a impatto zero, ha emissioni nulle se ben condotto ma consuma territorio, quindi, impatto visivo e anche rumore. Lo stesso progetto Milia a Monterotondo marittimo, una centrale che ha una potenza di 640 KWe, usa refrigeranti ad aria che occupano più territorio e creano alcune problematiche relative alla rumorosità. Problemi che possono essere mitigati ma che hanno bisogno di gestione –e non di essere subiti- da parte delle amministrazioni locali».

Per quanto riguarda l'immediato futuro?

Stiamo lavorando in questo periodo ai progetti di sviluppo sul territorio che verranno finanziati anche grazie al Fondo Geotermico e per cui l'accordo territoriale sottoscritto nel 2008 rappresenta il punto di riferimento.

«All’interno dell’accordo i compiti di CoSviG sono ben delineati: aggiornamento del piano triennale e il relativo monitoraggio, oltre alla gestione tecnico-operativa dei progetti».

«Il primo triennio con i fondi 2008-2010 ha funzionato: oggi occorre risolvere alcune questioni operative per il trienno 2011-2013. Il tavolo istituzionale ha dato mandato a CoSviG di perfezionare un documento nel quale proponiamo che CoSviG abbia l’incarico di gestire il piano triennale mantenendo la filosofia e la sostanza dell’accordo con verifica annuale prevedendo l’interruzione del mandato qualora si verifichino criticità di gestione».

Redazione - 2012-03-30

 
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