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“GEOTERMIA E NUOVE FONTI ENERGETICHE” – tipologie di sonde verticali

“GEOTERMIA E NUOVE FONTI ENERGETICHE” – tipologie di sonde verticali

Schemi di varie Sonde Geotermiche Verticali (SGV)

Dal 18 al 20 di marzo di quest’anno si è tenuto a Napoli il secondo workshop organizzato dalla Società Geologica Italiana Sezione Giovani dal titolo “La geologia come contributo alla società: quale futuro?”

PaerBlog.com
Magazine Ecologia e Ambiente
2010-09-03

All’interno delle varie sessioni e dibattiti ha trovato spazio, pur limitato, una tematica di sicuro interesse per tutta la società e di interessante prospettiva per la nostra categoria. Il titolo previsto dalla conferenza “GEOTERMIA E NUOVE FONTI ENERGETICHE – Il Ruolo del Geologo – Esperienze e Prospettive” aveva sicuramente centrato la questione, sia in termini di innovazione tecnologia rappresentata dai sistemi di geoscambio a bassa entalpia sia in termini di potenziale interesse per i geologi, soprattutto i più giovani, che sono sempre e comunque alla ricerca di una realistica dimensione tecnico-professionale che l’Università stenta a definire durante il percorso di studi.

La geotermia a “bassa entalpia“ si differenzia dalla geotermia “tradizionale” perché sfrutta il sottosuolo (a debole profondità) come serbatoio termico dal quale estrarre calore durante la stagione invernale ed al quale cederne durante la stagione estiva. In buona sostanza la geotermia a bassa entalpia, è quella “geotermia” con la quale qualsiasi edificio, in qualsiasi luogo della terra, può riscaldarsi e affrescarsi, invece di usare la classica caldaia d’inverno ed il gruppo frigo d’estate. La tecnologia utilizzata per questo tipo di climatizzazione è quella delle pompe di calore, che molto semplicemente sono delle “macchine” in grado di trasferire calore da un corpo a temperatura più bassa ad un corpo a temperatura più alta, utilizzando energia elettrica.

Per quanto riguarda le fonti di calore, mentre gli utilizzi dell’acqua di falda e superficiale (lago, fiume, etc…), definiti sistemi a “circuito aperto”, si scontrano con norme nazionali e regionali che tendono a disincentivare soprattutto lo scarico per questioni di tipo ambientale, il mercato nazionale, soprattutto del nord Italia, sta spingendo verso l’utilizzo del sottosuolo, attraverso l’installazione di sistemi di geoscambio a circuito chiuso, quindi con sonde geotermiche.

Dal punto di vista normativo la questione riguardante le sonde geotermiche è molto complessa ed in forte evoluzione ed il panorama di leggi e regolamenti è molto vasto. Vale solo la pena citare il caso della Regione Lombardia che ha adottato recentemente un regolamento regionale estremamente, e forse eccessivamente, permissivo, sulla scorta delle previsioni di semplificazione autorizzativa del D.Lgs. 22/2010. In Veneto alcune provincie hanno adottato regolamenti mentre altre hanno in programma di farlo, così come la Regione Veneto stessa, non sempre centrando gli aspetti ambientali più importanti e altrettanto spesso imponendo scelte tecniche difficilmente sostenibili dal mercato.

In Europa molti stati sono dotati di propria regolamentazione relativa agli impianti geotermici a bassa entalpia: punto di riferimento comune sono le norme tedesche VDI e EN. Notevole e’ la normativa svizzera, forse la più attenta alle problematiche ambientali, che è stata recentemente aggiornata.

La definizione tipica recita che “una sonda geotermica verticale consiste di un circuito chiuso, composto da uno o più tubi a forma di “U”. Tale circuito, solitamente in materiale plastico, viene inserito nel terreno a seguito di una perforazione di profondità variabile (fino a 120-150 m). Il foro, dopo l’installazione dei tubi, viene riempito di malta bentonitica. All’interno della sonda scorre il fluido termovettore, che si riscalda o si raffredda a seconda dell’utilizzo del sistema.”

In realtà sul mercato ci sono molte varietà di scambiatori, a singola e doppia U, coassiali o multicanale, sia in materiale plastico che in metallo, anche se la tecnologia più diffusa rimane quella standard.

Leggi anche:

  1. Sonde geotermiche ed anomalia di temperatura
  2. Cos’è la geotermia a bassa entalpia? Applicazioni e vantaggi

 

Editoriale
CoSviG e Ugi al tavolo del Ministero dello Sviluppo economico per discutere del sistema incentivi per la produzione geotermoelettrica

Il Ministero dello Sviluppo economico ha convocato ieri a Roma CoSviG e Ugi in risposta alle richieste di incontro per discutere della proposta di decreto sugli incentivi alle rinnovabili elettriche (escluso il fotovoltaico).

La filiera geotermica si è mobilitata in queste settimane per cercare di evitare che una revisione del sistema d’incentivazione del settore potesse mettere a rischio il quadro favorevole che si è delineato, in poco più di due anni, dall’approvazione delle norme di riassetto dell’intero comparto.

Dopo la riunione delle aziende che operano e che hanno fatto richiesta di permessi di ricerca di risorse geotermiche in Toscana, organizzata da CoSviG e da cui era partita una lettera di richiesta di incontro con Regione e Ministero, tutta la filiera si è riunita a Roma mercoledì 31 gennaio su iniziativa dell’Unione Geotermica Italiana (UGI) per discutere come continuare ad agire.

Da quell’incontro è emersa una posizione comune riassunta in una nota di UGI che è stata portata all’incontro cui il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiamato CoSviG e UGI giovedì 2 febbraio.

“Riteniamo – si legge nella nota - che non possa essere vanificata la grande aspettativa di sviluppo nel settore geotermico che si basa sull’enorme disponibilità di risorse che tutto il mondo ci invidia e sulla valorizzazione di una filiera italiana da sempre all’avanguardia”.

“In poco più di due anni - sono state presentate in Italia, da circa una trentina di imprese italiane e straniere, più di 110 richieste per nuovi permessi di ricerca di risorse geotermiche per la produzione di energia elettrica. Una vera e propria esplosione di richieste che non ha precedenti nella storia italiana dello sfruttamento della geotermia a fini termoelettrici“.

Se queste iniziative avessero tutte esito positivo il conseguente potenziale produttivo “potrebbe andare molto al di là di quanto previsto nel Piano di Azione italiano per le fonti rinnovabili (PAN), già nell’arco di 10 anni“.

Il PAN stabilisce, infatti, che la risorsa geotermica nel settore elettrico debba aumentare la propria capacità di circa 170 MW, dal 2010 al 2020, per arrivare a una produzione annua di circa 1100 GWh. Obiettivi di sviluppo in termini di capacità installati possibili e anche superabili, anche senza le nuove istanze di permesso di ricerca ma, spiega la nota, “il conseguimento del potenziale legato alle nuove iniziative sarà però possibile solo in presenza di un quadro chiaro e definito di regole, sia dal punto di vista dei sistemi di incentivazione che dei regimi autorizzativi“.

Se poi si considera il contributo che potrà venire con i nuovi permessi di ricerca richiesti per cui è ipotizzabile che “potranno essere autorizzati per una superficie presunta prossima a 10.000 km2“, la stima che si legge nella nota è “che i fluidi geotermici reperibili possano essere sufficienti per l’installazione di alcune centinaia di MW di nuova potenza, incrementando ulteriormente le stime del PAN“.

Un potenziale delle risorse davvero eccezionale che ha stimolato un grande interesse del mercato che porta “prudenzialmente a stimare che nel settore geotermoelettrico potrebbero essere attivati investimenti per circa un miliardo di euro nell’arco del prossimo decennio“.

C’è poi da considerare che questo potrebbe produrre anche un grosso sviluppo economico del settore tecnologico, dato che “le richieste per i nuovi Permessi di ricerca fanno riferimento, in molti casi, alla possibilità di produzione geotermoelettrica da risorse di media temperatura, resa oggi economicamente conveniente dallo sviluppo tecnologico per mezzo di tecnologie a ciclo binario, in cui l’industria Italiana è ben presente“.

C’è però un pericolo che incombe.

“Questo scenario virtuoso sia per l’economia che per l’ambiente – spiegano i rappresentanti dell’interesse diffuso nell’ambito della filiera geotermica -rischia di sfumare se non verranno definite e condotte adeguate politiche di promozione della risorsa geotermica che consentano alle istituzioni (centrali, regionali e locali) di affrontare insieme alle imprese, le principali criticità“.

Queste criticità spiegano CoSviG e UGI sono costituite dalla definizione dei regimi d’incentivazione, della valutazione e riduzione del rischio minerario, della semplificazione e gestione delle procedure autorizzative, dell’accettabilità sociale degli impianti.

“La mancanza di strumenti specifici di sostegno alla riduzione del rischio minerario (che sarebbero indispensabili anche in Italia, ed esistenti invece in realtà come la Germania), porta a considerare il livello d’incentivazione atteso anche come strumento per sostenere gli oneri assicurativi legati al rischio minerario“.

La raccomandazione è poi rispetto alle scelte sui regimi d’incentivazione per la produzione geotermoelettrica che “devono tenere conto anche dei benefici per la gestione della rete elettrica legati a un regime di produzione costante e non intermittente, nonché del basso impatto ambientale e territoriale della geotermia rispetto ad altre fonti rinnovabili, soprattutto se si considera la re-immissione nel serbatoio dei fluidi incondensabili”.

Scelte che “qualora non accuratamente ponderate, potrebbero vanificare i lusinghieri risultati già raggiunti dal processo di rilancio del settore, tramite la sua completa liberalizzazione e con le moltissime iniziative degli operatori nel campo della ricerca della risorsa”.

“La riduzione degli incentivi – inoltre- porterebbe una contrazione degli investimenti anche nel rinnovo degli impianti esistenti con conseguenze occupazionali sull'indotto già esistente, con forti negatività sociali, nelle zone geotermiche tradizionali”.

Entrando nel merito del sistema degli incentivi CoSviG e Ugi sostengono che “è totalmente condivisibile l’impostazione della nuova normativa per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, tra i cui criteri generali vi è l’affermazione che: “l’incentivo ha lo scopo di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio” (art. 24 del Dlgs n. 28/2011) “.

Viene però sottolineato che le bozze del decreto ministeriale previsto da quella norma indicano “livelli d’incentivazione della produzione di energia da fonte geotermica molto inferiori rispetto a quelli attualmente assicurati dai Certificati Verdi e dalla Tariffa Omnicomprensiva, ma anche inadeguati rispetto alla necessità di assicurare una equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio alle tecnologie disponibili in questo settore”.

Se negli anni passati, si legge nella nota, “i settori fotovoltaico ed eolico si sono fortemente avvantaggiati e consolidati grazie agli incentivi esistenti, il settore geotermico si avvantaggia ora del mutato quadro di interesse e rinnovo normativo” e “nella fase di rilancio necessita del massimo supporto per lo sviluppo di tutta la filiera, la quale tecnologicamente è già presente ma non sviluppata in Italia”.

Le misure minime d’intervento, necessarie per un regime d’incentivazione adeguato al settore geotermoelettrico, sarebbero quindi le seguenti:

- gli incrementi d’incentivazione per gli impianti con totale re-iniezione del fluido ed emissioni nulle (non riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010) dovrebbero essere previsti sia per i nuovi impianti che per quelli esistenti;

- per le specificità legate alle tecnologie oggi disponibili, il valore della potenza di soglia previsto per il regime delle aste al ribasso, dovrebbe essere innalzato a 10 MW;

- gli incrementi d’incentivazione per il primo scaglione di capacità installata su nuove concessioni dovrebbero essere riferiti ai primi 20 MW realizzati;

- i valori per “i costi specifici di riferimento per gli interventi di rifacimento parziale e totale”, riportati da tutte le bozze di DM disponibili, presenti nella Tabella I dell’Allegato 2, sono considerati sottostimati;

- il livello minimo d’incentivazione necessario al sostegno del settore non può essere inferiore a quello assicurato dagli strumenti preesistenti, cui dovrebbe essere aggiunto un riconoscimento dovuto agli oneri per il rischio minerario e ai benefici per la gestione della rete elettrica e per l’impatto dell’indotto sull’economia italiana.

- l’opportuna introduzione di una tariffa specifica omnicomprensiva per gli impianti sperimentali fino a 5 MW (riconducibili ad impianti sperimentali ex art. 3 bis del Dlgs n. 22/2010).

Redazione - 2012-02-03

 
By Dr Wolf
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